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Malasanità & Psichiatria;La storia di mio figlio, reduce dalla Bosnia. Nanoparticelle e psichiatri incompetentiMalasanità & Psichiatria;La storia di mio figlio, reduce dalla Bosnia. Nanoparticelle e psichiatri incompetenti
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Malasanità & Psichiatria;La storia di mio figlio, reduce dalla Bosnia. Nanoparticelle e psichiatri incompetenti
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Chiedevamo aiuto e abbiamo trovato:
Psichiatri incompetenti e negligenti.

La storia di mio figlio, reduce dalla Bosnia. Nanoparticelle e psichiatri incompetenti


Vi voglio raccontare la storia di mio figlio ex reduce della Bosnia. Al suo rientro accusava dolori diffusi,nervosismo,sbalzi di umore, il medico curante mi diceva che erano sintomi psicosomatici.
Dopo pochi mesi si è ricoverato per un ernia discale e qui hanno riscontrato i valori epatici alterati,hanno disintossicato il fegato e dopo ed è stato operato, aveva 24 anni.
Tutto procedeva bene ,dopo circa due anni viene richiamato dall'Esercito Italiano come riservista,partecipa a un campo in Bulgaria ,tra i vari richiami,rientra a casa a settembre 2001, non era più lui,quei sintomi che sopra ho elencato si erano ripresentati in forma più acuta,ha avuto una crisi convulsiva è stato soccorso e portato in ospedale,qui nuovamente i valori epatici sono stati trovati alterati e ci hanno consigliato una visita da un gastroenterologo,questo medico vedendo i valori del fegato (gamma GT e transaminasi)ci ha consigliato una visita neuropsichiatria -stop all'alcool.
Naturalmente è prevalsa la tesi dei medici,e non quella nostra che continuamente dicevamo che aveva partecipato ad una missione per sei mesi a Sarayevo .
Arriviamo alla psichiatria,per sei lunghi anni non sono stati prese in considerazione le nostre parole,noi genitori siamo stati totalmente messi da parte perchè insistevamo sul fatto lui era cambiato dal rientro dalla missione e lì qualcosa era sicuramente successo,loro cercavano di convingerci che quella era un'altra storia ed è nato un braccio di ferro.
In questo arco di tempo mio figlio non ha mai visto la figura di uno psicologo.
Solo somministrazione di neurolettici mensilmente,non è stato mai richiesto un controllo del fegato ,visto che nel frattempo gli era stata diagnosticata una epatopatia cronica.
Ho iniziato a fare ricerche e ho scoperto di tanti militari che avevano partecipato alle missioni erano morti e tantissimi malati,è stata fatta una biopsia al fegato e fatti analizzare i reperti dalla NANODIAGNOSTICS e abbiamo scoperto nel suo fegato presenza di metalli pesanti :Carbonio -ferro-stagno-nichel -cobalto-titanio-cromo ,questi materiali mettalici non sono nè biodegradabili e nè biocompatibile.
Col passare del tempo sono emersi gli effetti collaterali dei farmaci,aumento di peso(30kg),movimenti involontari,affanno,apatia e alternanza a momenti di euforia,questi segni purtroppo li vedevamo solo noi famigliari ,ma al servizio non li vedevano ,continuavano a dire che stava bene e che la mamma non voleva ancora tagliare il cordone ombellicale.
Naturalmente ho capito che erano degli incompetenti e negligenti,ho cambiato servizio in un'altra città e qui ho fatto una scoperta,è stato chiesto un ECG é risultato il QT alto,è stata sospesa la terapia ,sono quasi 2 anni che non prende psicofarmaci e si sta curanto  per  la patologia  di cui è affetto : " INTOSSICAZIONE DA METALLI PESANTI " .
In questi 6 anni la psichiatria non ha curato niente ,ma ha danneggiato un quadro clinico di per sè grave.
Io ho reclamato alla Regione Puglia,al direttore generale ,al direttore del dipartimento ,all'urp, a tante associazioni di categoria e non ,ai sindacati. Sapete cosa vi dico? C'è una grande collusione da far spavento.
Ma io sono testarda e vado avanti,non mi fermerò .

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Psichiatri incompetenti e negligenti.

La storia di mio figlio, reduce dalla Bosnia. Nanoparticelle e psichiatri incompetenti


Vi voglio raccontare la storia di mio figlio ex reduce della Bosnia. Al suo rientro accusava dolori diffusi,nervosismo,sbalzi di umore, il medico curante mi diceva che erano sintomi psicosomatici.
Dopo pochi mesi si è ricoverato per un ernia discale e qui hanno riscontrato i valori epatici alterati,hanno disintossicato il fegato e dopo l'hanno operato aveva 24 anni.
Tutto procedeva bene ,dopo circa due anni viene richiamato dall'Esercito Italiano come riservista,partecipa a un campo in Bulgaria ,tra i vari richiami,rientra a casa a settembre 2001, non era più lui,quei sintomi che sopra ho elencato si erano ripresentati in forma più acuta,ha avuto una crisi convulsiva è stato soccorso e portato in ospedale,qui nuovamente i valori epatici sono stati trovati alterati e ci hanno consigliato una visita da un grastronterologo,questo medico vedendo i valori del fegato (GT e transaminasi)ci ha consigliato una visita neuropsichiatrica -stop all'alcool.
Naturalmente è prevalsa la tesi dei medici,e non quella nostra che continuamente dicevamo che aveva partecipato ad una missione per sei mesi a Sarayevo .
Arriviamo alla psichiatria,per sei lunghi anni non sono stati prese in considerazione le nostre parole,noi genitori siamo stati totalmente messi da parte perchè insistevamo sul fatto lui era cambiato dal rientro dalla missione e lì qualcosa era sicuramente successo,loro cercavano di convingerci che quella era un'altra storia ed è nato un braccio di ferro.
In questo arco di tempo mio figlio non ha mai visto la figura di uno psicologo.
Solo somministrazione di neurolettici mensilmente,non è stato mai richiesto un controllo del fegato ,visto che nel frattempo gli era stata diagnosticata una epatopatia cronica.
Ho iniziato a fare ricerche e ho scoperto di tanti militari che avevano partecipato alle missioni erano morti e tantissimi malati,

  

Malattie mentali, nuove strategie di cura

Una sinergia internazionale per individuare e curare al meglio le malattie mentali; dalla diffusa depressione fino alle patologie più gravi come le psicosi. Una delegazione del governo della Catalogna, in Spagna, ha fatto visita ieri mattina al centro Oms di Ricerca e formazione sulla salute mentale, che ha sede in Borgo Roma vicino al Policlinico.
Circa un anno fa, queste due realtà hanno siglato un protocollo d’intesa per lavorare insieme, condividere conoscenze e fare ricerca. E ora i due istituti si stanno preparando a lavorare in rete, studiando reciprocamente le peculiarità e i punti deboli da rinforzare, in modo da imparare l’uno dall’altro.
Questa sinergia tra due dei più importanti centri per la cura della salute mentale a livello internazionale rappresenta inoltre un ottimo biglietto da visita per la Commissione sanità dell’Unione europea e una corsia preferenziale per l’ottenimento di finanziamenti ai progetti.
In particolare, come ha riassunto lo stesso Michele Tansella, direttore di Psichiatria, verranno individuati scientificamente e condivisi «gli indicatori per le malattie mentali, i costi delle terapie e la comunicazione tra medico e paziente». Sono questi infatti gli argomenti su cui si impronterà la ricerca scientifica comune dei due dipartimenti, veronese e catalano, che si occupano di sanità mentale. «Sarà una strada basata sull’evidenza scientifica, che permetta cioè di individuare dei percorsi attuabili da tutti. Noi siamo più avanti per quanto riguarda l’individuazione degli indicatori di esito (ovvero di come valutare l’esito delle cure somministrate ai pazienti) e potremmo condividere con i professori catalani questa conoscenza per poi proseguirla insieme. In Spagna, invece, hanno decisamente più dimestichezza con il conteggio dei costi delle cure. Uno degli obiettivi sarà infatti quello di mettere a punto dei sistemi di controllo in modo da poter pianificare un uso più razionale dei farmaci», ha proseguito Tansella.
«Nella cura delle malattie mentali, inoltre, fondamentale è il rapporto che il paziente ha con il medico o l’operatore sanitario che lo segue sul territorio, dato che molto spesso si tratta di malattie, e quindi di un periodo di terapia, molto lunghi. Se manca questa comunicazione reciproca, spesso, viene meno anche l’assunzione dei farmaci prescritti e, in generale, la cura della patologia», ha aggiunto Tansella. Ecco perché tra i progetti che i due istituti sanitari ci sono per lo più iniziative volte ad una ricerca scientifica applicata e finalizzata all’organizzazione sanitaria, più che a nuove scoperte scientifiche. «Si tratta di progetti che curano il trasferimento alla pratica della conoscenza scientifica già acquisita», che troppo spesso rimane tale solo sulle riviste scientifiche e non trova applicazione sui pazienti e nella quotidianità.
Alla visita che la delegazione catalana ha fatto ieri mattina al centro veronese ha partecipato anche l’assessore regionale alla Sanità Sandro Sandri: «Si tratta di un progetto importante che ha preso il via anni fa, con l’allora assessore Flavio Tosi. Ed è un valido sistema per poter far arrivare sul territorio i contributi europei finalizzati alla ricerca e allo sviluppo», ha commentato. (Fonte: L'Arena )

http://www.aipsimed.org/articolo/malattie-mentali-nuove-strategie-di-cura

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MenteInPace: per migliorare l'assistenza psichiatrica
 

 

 
Gli interventi di Conforti e di Setaro che hanno messo in discussione il mio contributo affrontano il problema della malattia mentale sotto il profilo culturale e della formazione degli operatori, rilevando che non sono sufficienti i farmaci, ma è fondamentale essere empatici con i pazienti e fare in modo che le famiglie siano uno strumento e non una controparte nel percorso terapeutico e riabilitativo. Queste considerazioni culturali mi trovano sicuramente in accordo, particolarmente nell’attuale epoca storica della psichiatria dominata da una visione prevalentemente biologica della malattia mentale. Volevo però ricordare che non si deve ignorare la componente biologica della malattia mentale e di conseguenza l’uso dei farmaci, come presidio fondamentale per la cura della malattia mentale. Il richiamo alla biologia della malattia è indispensabile se trasferiamo queste considerazioni a strutture concrete come il reparto, in cui l’acuzie rende tutto più difficile e spesso si manifesta con un’aggressività difficile da controllare. È ugualmente difficile il rapporto nelle comunità terapeutiche, dove la cronicità rende spesso vani i tentativi terapeutici e l’impegno degli operatori. Faccio queste due considerazioni, perché il dibattito si svolge su un giornale e bisogna essere sempre onesti con i non addetti ai lavori e ricordare che gli interventi psicologici e sociali non sono sufficienti per affrontare la malattia mentale. Il problema della cronicità e dell’aggressività va visto nella giusta dimensione, evitando drammatizzazioni o negazioni.
Devo partire dalla cronaca nera e da vicende giudiziarie. In questo periodo a Torino un paziente a causa di un ricovero mancato è uscito dall’Ospedale e ha ucciso una ragazza. Sono in atto vari procedimenti giudiziari in cui psichiatri sono accusati di non somministrare terapie o di utilizzare in maniera punitiva i farmaci. Questi procedimenti in parte sono causati da omicidi compiuti dai pazienti cui era stata sospesa una terapia per gli effetti collaterali e in un altro caso, il medico che avrebbe ecceduto nei farmaci è stato sospeso su denuncia di un educatore. Sono infine frequentissimi i convegni incentrati sulle problematiche legali della professione psichiatrica. Mi sembra che ci sia una delega alla magistratura, impropria e mortificante per un buon operatore, sul ricovero in strutture comunitarie. Se è un giudice a mandare un paziente in comunità ci toglie le castagne dal fuoco per pazienti difficili.
Arrivo a precisare quali sono i punti che dovrebbero essere discussi e modificati della legge 180. Ribadisco come ho fatto nel mio precedente intervento che è una legge di riforma e non un testo sacro e che è in discussione come migliorare la psichiatria e non la libertà individuale. Le mie proposte tengono conto dell’attuale situazione di ristrettezza economica per la sanità. Sarebbe bello avere più personale e ambulatori aperti anche nei giorni festivi, ma sicuramente è irrealizzabile e anche fuorviante rispetto alle realizzazioni concrete.
TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio): se siamo tutti consapevoli che parliamo di malattia, il ricovero nei casi in cui non vi è coscienza di sé e pericolo immediato, possono essere eseguiti con un certificato medico approvato dallo psichiatra del servizio pubblico, come per tutte le altre patologie. Deve essere evitato il ricorso al sindaco che rende lungo l’iter di ricovero. Se si temono prevaricazioni, il ricovero dovrà successivamente essere notificato alla magistratura di sorveglianza. In trenta anni di lavoro posso dire che i ricoveri impropri arrivavano unicamente per i tossicodipendenti, che non avevano strutture proprie di degenza. Ribadisco che il ricovero è un atto medico e come tale va affrontato.
La durata del ricovero deve essere decisa dai sanitari curanti in base alle condizioni del paziente e l’obbligatorietà della degenza può essere prolungata a strutture pubbliche o private collegate con il Dipartimento di Salute Mentale. Anche questa prosecuzione della cura che considera il paziente come non in grado di esprimere una decisione autonoma, va comunicata alla magistratura di sorveglianza e ratificata da una decisione collegiale in cui siano presenti anche persone esterne alla psichiatria.
I letti ospedalieri per la psichiatria devono essere aumentati differenziando le patologie. Le malattie mentali sono in netto aumento e con gli attuali letti si fanno ricoveri troppo brevi. Oltre al servizio di psichiatria, ci devono essere reparti per la cura della patologia depressiva, dei disturbi alimentari e delle dipendenze. Non riesco a capire perché nello stesso reparto ci debba essere lo schizofrenico grave e aggressivo a fianco del depresso terrorizzato dalle esplosioni di rabbia. Mancando questi reparti specializzati si finisce per ricoverare di meno le depressioni con il rischio di suicidio. In tutte le specialità mediche esiste questa logica della differenziazione e specializzazione che permette terapie mirate.
Ultima considerazione riguarda i pazienti più gravi e aggressivi. Bisogna prendere atto che una fascia limitata di persone non risponde alle terapie e manifesta come sintomo un’aggressività pericolosa per gli altri. Il problema è enfatizzato o banalizzato secondo la visione politica. Per affrontarlo concretamente ogni regione si dovrebbe dotare di una comunità con un numero di cinquanta letti, con maggior protezione cioè con personale numericamente adeguato e con addetti alla sorveglianza degli ospiti a tutela dei sanitari. Le disgrazie avvengono perché si sottovaluta questa fetta limitata di pazienti. Penso all’omicidio avvenuto nella comunità di Belvedere di un’infermiera, sola nell’affrontare un paziente con gravi precedenti di aggressività. Come purtroppo avevo previsto si è parlato tanto (in particolare i politici contro la 180) sul momento e poi non si prende alcun provvedimento.
Sono proposte limitate, ma renderebbero meno farraginoso e pericoloso il ricovero, darebbero continuità alla terapia senza continui e logoranti patteggiamenti per inserire i pazienti in comunità e tutti i pazienti potrebbero trovare un ambiente e un’équipe specializzata per la cura. Le famiglie degli psicotici e anche dei depressi in questa maniera sarebbero più aiutate. Non ultimo si potrebbero trovare soluzioni alternative all’Ospedale Psichiatrico.

Alberto Sibilla, psichiatra già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Cuneo

MENTEINPACE
FORUM PER IL BEN-ESSERE PSICHICO
Via Busca 6, 12100 Cuneo - tel. 0171.66303
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MenteInPace: per migliorare l'assistenza psichiatrica

 

 TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio): se siamo tutti consapevoli che parliamo di malattia, il ricovero nei casi in cui non vi è coscienza di sé e pericolo immediato, possono essere eseguiti con un certificato medico approvato dallo psichiatra del servizio pubblico, come per tutte le altre patologie
 

 La durata del ricovero deve essere decisa dai sanitari curanti in base alle condizioni del paziente e l’obbligatorietà della degenza può essere prolungata a strutture pubbliche o private collegate con il Dipartimento di Salute Mentale. Anche questa prosecuzione della cura che considera il paziente come non in grado di esprimere una decisione autonoma, va comunicata alla magistratura di sorveglianza e ratificata da una decisione collegiale in cui siano presenti anche persone esterne alla psichiatria

  

I letti ospedalieri per la psichiatria devono essere aumentati differenziando le patologie. Le malattie mentali sono in netto aumento e con gli attuali letti si fanno ricoveri troppo brevi. Oltre al servizio di psichiatria, ci devono essere reparti per la cura della patologia depressiva, dei disturbi alimentari e delle dipendenze. Non riesco a capire perché nello stesso reparto ci debba essere lo schizofrenico grave e aggressivo a fianco del depresso terrorizzato dalle esplosioni di rabbia. Mancando questi reparti specializzati si finisce per ricoverare di meno le depressioni con il rischio di suicidio. In tutte le specialità mediche esiste questa logica della differenziazione e specializzazione che permette terapie mirate.

 

Ultima considerazione riguarda i pazienti più gravi e aggressivi. Bisogna prendere atto che una fascia limitata di persone non risponde alle terapie e manifesta come sintomo un’aggressività pericolosa per gli altri. Il problema è enfatizzato o banalizzato secondo la visione politica. Per affrontarlo concretamente ogni regione si dovrebbe dotare di una comunità con un numero di cinquanta letti, con maggior protezione cioè con personale numericamente adeguato e con addetti alla sorveglianza degli ospiti a tutela dei sanitari. Le disgrazie avvengono perché si sottovaluta questa fetta limitata di pazienti. Penso all’omicidio avvenuto nella comunità di Belvedere di un’infermiera, sola nell’affrontare un paziente con gravi precedenti di aggressività. Come purtroppo avevo previsto si è parlato tanto (in particolare i politici contro la 180) sul momento e poi non si prende alcun provvedimento.
Sono proposte limitate, ma renderebbero meno farraginoso e pericoloso il ricovero, darebbero continuità alla terapia senza continui e logoranti patteggiamenti per inserire i pazienti in comunità e tutti i pazienti potrebbero trovare un ambiente e un’équipe specializzata per la cura. Le famiglie degli psicotici e anche dei depressi in questa maniera sarebbero più aiutate. Non ultimo si potrebbero trovare soluzioni alternative all’Ospedale Psichiatrico.

Alberto Sibilla, psichiatra già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Cuneo

Queste proposte sono state sollevate da un psichiatraio le condivido pienamente ,desidero informare anche di non conosco la persona , però ha focalizzato alcuni aspetti   lacunosi ,mi sono sempre chiesta se  i piani terapeutici fosserro  standard ,uno uguale x tutti. 

 
 

 

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» 2009-09-21 19:17
Sanita': giunta a Verona delegazione catalana
Partita cosi' la cooperazione tra Veneto e Catalogna
(ANSA) - VERONA, 21 SET - E' partita da Verona l'applicazione della cooperazione sanitaria sottoscritta nell'ottobre 2008 tra il Veneto e la Catalogna. Oggi una delegazione catalana ai massimi livelli, guidata dal responsabile per la psichiatria del Governo di Barcellona, Luis Salvador Carulla, e' giunta a Verona per definire precisi aspetti di collaborazione con la sezione di Psichiatria e Psicologia Clinica del Dipartimento di Medicina e Sanita' Pubblica, diretta dal prof. Michele Tansella.

http://www.ansa.it/site/notizie/regioni/veneto/news/2009-09-21_121395690.html

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19/09/2009 - INCHIESTA

Molinette, mal d'ospedale

Alcol, panico e stress:
100 dipendenti chiedono
aiuto: «Il lavoro ci distrugge»

mARCO ACCOSSATO

 

TORINO

Sull’orlo di una crisi devastante o preda a panico, depressione e alcolismo, cento dipendenti delle Molinette hanno chiesto aiuto al Centro di supporto creato dall’ospedale nel 2008. Medici, infermieri, tecnici di laboratorio, studenti di Medicina e delle professioni sanitarie. Anche impiegati amministrativi: il «Progetto counseling» si avvia verso il primo anno di vita con un bilancio allarmante e positivo nello stesso tempo. «Allarmante - spiega il professor Donato Munno, docente di Psicologia clinica che ha finora coordinato il progetto - perché abbiamo avuto conferma di quante e quali patologie possano nascere da una situazione che ha nel burn-out soltanto il primo campanello d’allarme. Positivo perché molti si sono resi conto del proprio disagio e hanno trovato la forza di chiedere aiuto».

Su cento Sos lanciati, quaranta raccontano crisi profondissime. Vite stravolte. Uomini e donne che sono stati investiti dal peso insopportabile delle sofferenze di così tanti pazienti che nel tempo hanno perso l’entusiasmo e le energie di chi dovrebbe curare. Su dieci medici, c’è uno psichiatra che soffre di crisi di panico, quattro chirurghi hanno trovato nel bere lo sfogo alla loro tensione, due neurologi hanno iniziato ad abusare di farmaci per fronteggiare la depressione, altri tre medici soffrono da mesi di insonnia cronica resistente a qualsiasi medicinale. Frustrazione, mobbing, delusioni nella carriera spingono prima ad abbattersi, poi ad alzare il gomito o a far uso di ansiolitici o sonniferi. In cura anche sette studenti: tre per fobie da esame, due caduti in depressione, uno in preda a psicosi, l’ultimo in lotta con crisi di panico sempre più frequenti.

Lavoro, studio, famiglia, affetti, vita sociale. Tutto viene distrutto quando la sofferenza degli altri diventa la sofferenza del medico, dell’infermiere, di chi dovrebbe curare. Un allarme che soltanto pochi giorni fa, sulle colonne de La Stampa, è stato lanciato dal centro studi Albert Schweitzer che in passato ha affrontato fra i primi, nel nostro Paese, la questione del burn-out, la sindrome che «brucia» l'anima. «In Spagna, come negli Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda i medici in preda ad alcol e droga sanno a chi rivolgersi - spiega la dottoressa Paola Mora, presidente del Centro -: in Italia le misure adottate sono state esclusivamente centrate sulla punizione degli atti più gravi e noti». Il progetto delle Molinette è un’eccezione e ha raccolto i suoi frutti.

In otto mesi di attività, il progetto di supporto ai dipendenti ha coinvolto non solo il servizio di Psicologia clinica diretto dal professor Munno, ma anche il dipartimento di Psichiatria del professor Filippo Bogetto, l’Ufficio Relazioni con il Pubblico, pronto soccorso e assistenti sociali. Alla dottoressa Anna Maria Ficco e al collega Antonio Ventre il compito di valutare i primi elementi. Poi, ogni caso ha seguito una strada diversa: dal «counseling economico» a quello per mobbing, da quello psicologico-clinico allo sportello contro la violenza alle donne. Ogni richiesta di aiuto ha trovato nel centro voluto dal direttore generale Galanzino un professionista pronto all’ascolto.

Ancora il professor Munno: «Ogni individuo ha una sua capacità di affrontare le situazioni di stress. In generale, però, i chirurghi sono fra i medici quelli a rischio, perché più di altri, spesso in emergenza, hanno a che fare con la vita o la morte di un paziente. Lo psichiatra si trova invece continuamente a dover “collaudare” il proprio equilibrio». C’è chi, «bruciato» nell’anima, diventa aggressivo, chi si chiude nel silenzio, a lavoro e a casa. E c’è chi inizia a bere o drogarsi per resistere, cerando di nascondere così la sua crisi: «Finché il crollo non è evidente a tutti, e a quel punto travolge affetti, amicizie e carriera».

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/56991/

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http://www.focus.it/Community/cs/forums/thread/241543.aspx

 

Trentamila bambini in Italia per legge sotto psicofarmaci, tutto tace

Report Rai3 sul Ritalin in Italia

http://www.youtube.com/watch?v=vLYNFykgI5A

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Trentamila bambini in Italia per legge sotto psicofarmaci, tutto tace.

http://www.focus.it/Community/cs/forums/thread/241543.aspx

Report Rai3 sul Ritalin in Italia

http://www.youtube.com/watch?v=vLYNFykgI5A

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Report Rai3 sul Ritalin in Italia

dalla puntata trasmessa nell 2001 ("il marketing del farmaco") un estratto che parla dello psicofarmaco quando ancora rientrava nella categoria degli stupefacenti ma veniva ugualmente somministrato
 
 
Trentamila bambini in Italia per legge sotto psicofarmaci, tutto tace.
 
 
 
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